Cambio di residenza

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Ciclo della vita

 

La gravidanza
Ancor prima della nascita, hanno inizi una serie di pratiche tradizionali che svolgono per noi i genitori, in particolare la madre. Tali pratiche sono atte soprattutto a scongiurare possibili problemi al nascituro. Se la donna gravida vede delle deformità, deve segnarsi la pancia col segno di croce per evitare che il nascituro le riporti. Durante la gravidanza deve mangiare di tutto, altrimenti le voglie non soddisfatte si pensa compaiano sulla parte del corpo del nascituro corrispondente a quella del corpo della madre che essa tocchi accidentalmente. Nella preparazione del corredino, gli indumenti dal nascituro vanno conservati slacciati o sbottonati, le fasce andavano ripiegate ma non arrotolate, per scongiurare l’eventualità che il cordone ombelicale si attorcigli al collo del bambino. Per lo stesso motivo la donna incinta non può riavvolgere le matasse in gomitoli da sola o attaccarsi i bottoni su di un abito mentre lo indossa. Gli indumenti del nascituro, poi, non vanno mai rovesciati onde evitare un analogo rovesciamento del destino. La donna incinta, inoltre, non può fungere da madrina per battesimi perché porta in grembo un bimbo non battezzato.
 
La nascita
Al parto era presente la levatrice detta ‘mamara’ , ossia una donna del paese maggiormente pratica nei parti. Appena nato il bambino, essa o una donna della famiglia presente, lo avvolgeva nella camicia del padre per sancirne la legittimità. La prima vestizione era effettuata dalla futura madrina del Battesimo che poneva la camiciola a diretto contatto con la pelle. Questa doveva essere nuova, mai indossata prima da altri. I nomi imposti ai bambini erano solitamente quello del nonno paterno per il maschio e della nonna paterna per la femmina. Tra le fasce con cui si copriva il bambino erano posti degli amuleti per scongiurare il malocchio. Poteva trattarsi di una piccola chiave o ferro di cavallo, ma solitamente si fabbricavano degli scapolari, detti ‘abitini’, contenenti al loro interno diversi oggetti, solitamente medagliette o immagini di santi, cristalli di salgemma, tre pietre di un crocevia, spine, ecc.
 
Il Battesimo
Durante i primi mesi di vita, solitamente dopo quaranta giorni dal parto, il bimbo deve essere portato in chiesa per ricevere il sacramento del Battesimo. Oltre ai genitori, il bambino è accompagnato al Battesimo dai padrini, maschio e femmina. Nella scelta si prediligono le donne che da bambine hanno fatto il rito dello “Papuacciulu/Papoçolli”, oppure i testimoni di matrimonio. La comare viene chiamata ‘nuna’, mentre il compare ‘’nunu’, o ’sangiuvanni’, mentre il figliocco ‘fammulu’.
 
Arco infiorato
Durante la notte tra Sabato Santo e Domenica di Pasqua, i pretendenti si recavano con gli amici presso l’abitazione delle ragazze a cui si volevano dichiarare e ne abbellivano i portoni con questi archi. Essi erano fatti di rami di ciliegio (fioriti in quel periodo dell’anno) a cui venivano attaccati doni. Se la famiglia della ragazza, al mattino, accettava i doni portandoli in casa, significava che il fidanzamento sarebbe stato ben accetto, altrimenti li lasciava fuori o, addirittura, li gettava lontano in segno di disprezzo.
 
Il Matrimonio
Fino a qualche anno fa, esclusa la parte strettamente religiosa, tutto il cerimoniale del matrimonio era ancora quello arbëresh: la settimana della sposa, durante la quale veniva esposto il corredo e la dote, la preparazione del letto nuziale tre giorni prima della cerimonia in chiesa e la vestizione della sposa con il vestito di gala al canto dei ‘viesci’ (vjershë), eseguiti dagli amici. Qualche ora prima della celebrazione religiosa il compare d'anello, lu Cruschu (Krushku), seguito dalla moglie e da altre parenti dello sposo, si recavano in casa della sposa per la vestizione dell'abito delle nozze, accompagnando la vestizione con un antico canto arbëresh. Completata la vestizione della sposa in abito llamadhora, il canto continuava con il lamento della sposa (perchè abbandona la casa paterna). Nel frattempo lo sposo giungeva a casa della sposa per condurla in chiesa ma, secondo il rito, trovava chiusa la porta di casa ed era accolto sull'uscio dalla madre o da una sorella che tentavano di con­vincerlo a non andare oltre e a rinunciare alla ragazza. I tentativi di fermarlo “dovevano” essere vani ed egli compiva il rapimento rituale. Quindi si avviava il corteo nuziale e, giunti in chiesa, si dava avvio alla cerimonia religiosa vera e propria.
 
La Morte
Segno tipico della morte è il lutto, che viene portato dai parenti più prossimi del defunto (vedovo/a, figli, genitori, ecc.). Per le donne consiste nel vestirsi completamente di nero, mentre per gli uomini nell’indossare una cravatta nera o attaccarsi un bottone nero sulla giacca. Esso è portato anche per diversi anni. Durante i primi tempi, la persona colpita dal lutto non esce neanche di casa, mentre successivamente lo fa solo per esigenze quali il lavoro e la spesa, mentre non partecipa alla vita pubblica, né civile né religiosa.
In tempi passati era presente anche il lamento funebre, detto ‘vjatimmu’, durante il quale le donne di famiglia piangevano il defunto nel canto. Questa forma di lamentazione non si esegue più da diversi anni.

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